paesaggi interrotti (2)

Silvia Paoletti

“e gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e i larghi corsi dei fiumi e l’immensità dell’oceano e le rivoluzioni degli astri, ma trascurano sè stessi”
è sant’agostino a parlare, citato da petrarca che ritrovo nel libro “la lettera del ventoso” curato da michael jakob
continuo a pensare che per fortuna sono dotata della capacità di stupirmi ogni volta di fronte a paesaggi già noti
e mi chiedo se anche sant’agostino, di fronte ad un qualsiasi paesaggio contemporaneo, non trarrebbe sicure considerazioni sull’attuale completa distrazione della nostra…non dico anima…quanto meno psiche…
leggo la cecla che dice che la capacità di far mente locale, atrofizzata dal vivere in città progettate da qualcun’altro, si può provare a riacquisire
…perdendosi…
mi viene quest’idea: “pratiche di riambientamento urbano a scala variabile” che detta così suona come stravagante assembaggio di tecnicismi edili
può darsi. il riciclaggio evidentemente è nelle mie vene.
in qualche modo inizio a pensare al quartiere di villanova, angolo cieco di falconara, limitrofo alla raffineria api
e vecchie esperienze mi ricordano quelli che attraverso i comitati di quartiere contestano, asserragliati nella vecchia scuola elementare dismessa
contestano, resistono, ricordano
perlustro velocemente la zona - la foce del fiume la spiaggia i quartieri abitati e quelli industriali. zona di confine, ibrida, i diversi segni vi si sovrappongono e collidono. azzerata ogni rilevanza naturale che pure era presente - sto parlando della foce di un fiume e di un tratto di costa ora piuttosto eroso
come ci si riappropria di una capacità di guardare e di vivere con soddisfazione un luogo quando le sue qualità sono annullate?
come si fa a sentirsi orgogliosamente parte di quell’ambiente e non piuttosto un perenne espulso dal giardino biblico delle delizie?
e pure o forse soprattutto in condizioni suburbane squallide le persone hanno una certa capacità innata di ritagliarsi e ricostituire proprie personali declinazioni di quell’antico eden
non so, non so bene. provo a ripartire proprio dalla memoria e ravanando tra i fondi di biblioteca e la rete incontro una raccolta di detti popolari (di ivo ciavarini doni, “proverbi marchigiani” che la scrive nel 1883)
sfoglio, li leggo uno dopo l’altro, è divertente; mi fanno pensare al lavoro concettuale e critico con cui jenny holzer alla fine degli anni settanta tenta di abbattere la pigrizia del pensiero quando si rifugia nei luoghi comuni
poi penso che qui non siamo a new york, ma in una terra contadina che nelle pieghe della terra sente ancora passare le ombre dei gatti neri - della diffidenza e della superstizione. penso che qui il luogo comune possa ancora essere lo spazio dove ritrovarsi e recuperare un senso, a partire dalla memoria
il proverbio ha ancora la terra dentro con quel suo carico di superstizione che è un pò come un cerchio magico che la riattiva…
la raffineria api è bella, ha il fascino fiabesco dello stralunato formicaio industriale
però è vecchia, come tutto il potere e tutte le strategie che muove. vecchia, non antica. forse prima o poi verrà museificata, sarebbe interessante. nella migliore delle ipotesi dovrebbe essere riconvertita
questo a “occhio e croce” quello che posso pensare, da ingenua del settore energeticoeconomicofinanziarioblablà, dal mio punto di vista di artista/persona che cerca di praticare alcune regole di buon mantenimento della propria casa
chissà però cosa ne pensano gli abitanti di quel quartiere, dove non abito. nell’avanzare questo dubbio, insieme a massimo elaboro la prima pratica di riambientamento urbano a scala variabile: una serie di grafiche che raccontano le tante declinazioni in cui quel paesaggio è interrotto.
dal nostro punto di vista e attraverso le parole antiche dei proverbi elaboriamo 12 grafiche che per comunicare scelgono la forma urbana del manifesto pubblicitario.
a manifesti affissi cercherò tra le grafie che immancabilmente li ricopriranno la risposta di qualcuno che come noi tenti di ricomporre il proprio interrotto paesaggio


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