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	<title>Comments on: luci di via</title>
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		<title>By: Beuysboys &#187; camminare / to walk</title>
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		<dc:creator>Beuysboys &#187; camminare / to walk</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jun 2008 19:43:03 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Camminare è forse il miglior modo per sperimentare la propria relazione con l&#8217;ambiente circostante. Ma come rendere “il camminare” qualcosa di creativo, senza subirne passivamente l’azione, liberandosi dalla consuetudine degli stessi percorsi sperimentati migliaia di volte? In altre parole, è possibile intervenire “artisticamente” nello spazio, in particolare quello urbano, articolandolo con il semplice atto del camminare e superando la condizione dello spettatore? Ciascuno di noi ha sperimentato gli effetti che le diverse ambientazioni spaziali hanno sulle nostre emozioni e sui nostri (conseguenti) comportamenti. Questo è lo specifico della geografia psicologica, una disciplina le cui origini datano alla Internazionale Situazionista del 1957. Mi chiedo se sia possibile ribaltare il rapporto e cioè: dato lo stesso consolidato ambito spaziale, provare a cambiarne la percezione attraverso il nostro corporeo movimento: percorrere quello spazio inseguendo un disegno invisibile, estemporaneo, non meditato; oppure attraversarlo seguendo un disegno visibile e progettato secondo regole non convenzionali, non-utilitaristiche, giocose e polemiche&#8230; Provengo da una cultura di progetto. Giocoforza, è stata la seconda ipotesi a prevalere, quella raziocinante e meditata. Così ho iniziato a disegnare tracciati mistilinei, pieni di andate e ritorni, lunghi da percorrere e capaci di creare “imprevisti” prospettici. Li ho abbozzati in scala sulle planimetrie, modellando la forma agli spazi reali che avrebbero attraversato, naturali o costruiti. Ho calcolato angoli, raggi di curvatura e passi di spirale; ho immaginato l’effetto che avrebbero prodotto percorrendoli, in termini di percezione spaziale e temporale…Ed essendo innanzitutto tracciati mentali, mi risulta difficile dare loro un “corpo”. Il tentativo concettualmente più riuscito, è stato quello di navigarli in mare. La scia di una barca si fa e si disfà continuamente e per documentarne il temporaneo e rapido passaggio, sono ricorso alla registrazione satellitare del tracciato. Tutto molto immateriale, dunque consono. In altre circostanze ho pensato ad un percorso costruito per punti di luce, luci di via nell’ambito di un più vasto intervento di arredo urbano. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Camminare è forse il miglior modo per sperimentare la propria relazione con l&#8217;ambiente circostante. Ma come rendere “il camminare” qualcosa di creativo, senza subirne passivamente l’azione, liberandosi dalla consuetudine degli stessi percorsi sperimentati migliaia di volte? In altre parole, è possibile intervenire “artisticamente” nello spazio, in particolare quello urbano, articolandolo con il semplice atto del camminare e superando la condizione dello spettatore? Ciascuno di noi ha sperimentato gli effetti che le diverse ambientazioni spaziali hanno sulle nostre emozioni e sui nostri (conseguenti) comportamenti. Questo è lo specifico della geografia psicologica, una disciplina le cui origini datano alla Internazionale Situazionista del 1957. Mi chiedo se sia possibile ribaltare il rapporto e cioè: dato lo stesso consolidato ambito spaziale, provare a cambiarne la percezione attraverso il nostro corporeo movimento: percorrere quello spazio inseguendo un disegno invisibile, estemporaneo, non meditato; oppure attraversarlo seguendo un disegno visibile e progettato secondo regole non convenzionali, non-utilitaristiche, giocose e polemiche&#8230; Provengo da una cultura di progetto. Giocoforza, è stata la seconda ipotesi a prevalere, quella raziocinante e meditata. Così ho iniziato a disegnare tracciati mistilinei, pieni di andate e ritorni, lunghi da percorrere e capaci di creare “imprevisti” prospettici. Li ho abbozzati in scala sulle planimetrie, modellando la forma agli spazi reali che avrebbero attraversato, naturali o costruiti. Ho calcolato angoli, raggi di curvatura e passi di spirale; ho immaginato l’effetto che avrebbero prodotto percorrendoli, in termini di percezione spaziale e temporale…Ed essendo innanzitutto tracciati mentali, mi risulta difficile dare loro un “corpo”. Il tentativo concettualmente più riuscito, è stato quello di navigarli in mare. La scia di una barca si fa e si disfà continuamente e per documentarne il temporaneo e rapido passaggio, sono ricorso alla registrazione satellitare del tracciato. Tutto molto immateriale, dunque consono. In altre circostanze ho pensato ad un percorso costruito per punti di luce, luci di via nell’ambito di un più vasto intervento di arredo urbano. [...]</p>
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