C/o: Mars’ tin seas image

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L’identità nominale rappresenta la nostra individualità fisica. L’univocità di questa funzione appare perentoria: pensarci nel contesto sociale separati dal nome che ci identifica (al di fuori di esso), risulta difficile se non impossibile. Talvolta un nome è plurivoco: parafrasando la definizione del termine utilizzata in matematica (la proprietà di assumere più valori per uno stesso valore della variabile indipendente) potremmo dire che un nome possiede la proprietà di assumere più significati, per quello dato alla variabile indipendente (appunto il “rappresentare” la persona). Perché questi significati emergano, è necessario che intervengano il linguaggio e le sue invenzioni. C’è una anagramma, tra gli altri possibili, che scardina il mio nome-cognome e lo dota di un significato particolare.
Massimo Cartaginese = C/o:Mars’ tin seas image
La particolarità è quella di non evocare un paesaggio fantastico ma -in maniera davvero pertinente- la sua rappresentazione: immagine dei mari di stagno su Marte.
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Tra le discipline coinvolte nello studio del paesaggio la geografia umanistica privilegia la categoria concettuale dell’identità: se l’interpretazione dei rapporto tra individuo e mondo avviene in termini qualitativi -come relazione ampia tra fenomeni naturali e vita- ne discende che le sole “terrae incognitae” da esplorare sono i territori della soggettività. Il paesaggio si allarga verso possibilità infinite, non corrisponde più e soltanto con il territorio materiale, ma diviene (soprattutto) prodotto culturale, frutto della percezione di chi lo abita, di chi lo trasforma in linguaggio attraverso la sua raffigurazione. Ha scritto Borges ne L’artefice : “Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli, di persone. poco prima di morire scopre che quel paziente labirinto di linee è l’immagine del suo volto.”
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Raffigurarmi come un territorio. Nei grovigli di linee formati dalla ripetizione del tracciato del mio viso, cerco l’origine di una cartografia dell’identità personale. Le “mappe” che ottengo non rafforzano tuttavia il mio tratto identitario. Ne stabiliscono invece la perdita e la sua metamorfosi in paradigmi imprevisti, in ambigue rappresentazioni di un’estensione variabile tra individuo e mondo, tra somatico e geografico.
