non luogo / no places

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Il termine non-luogo è divenuto familiare tra coloro che a titolo diverso, indagano i fenomeni relativi alla trasformazione e crescita degli agglomerati urbani, città o megalopoli contemporanee. Coniata dall’antropologo francese Marc Augè, la definizione indica un oggetto o un ambito urbano d’uso pubblico e con funzioni circoscritte, privo per lo più di caratteri formali specifici e riconducibili al Genius Loci originario. Non-luogo sono tipicamente i grandi centri commerciali o le sale d’attesa d’aeroporti e stazioni, opere indistinguibili tra le mille del tutto simili incluse nel tessuto delle città contemporanee, a qualunque cultura o latitudine esse appartengano. In tal senso il non-luogo -prodotto specifico dell’era della Globalizzazione- ha origine nell’International-Style che ha partire da gli anni ’60 ha reso progressivamente uniforme il panorama architettonico mondiale. Come l’International-Style, anche l’architettura (propriamente: l’edilizia) del non-luogo trova significato nelle regole di un mercato invadente in grado di condizionare anche le regole della mobilità complessiva. I processi della pianificazione territoriale e urbanistica non possono sottrarsi a tutto ciò e generano con i grandi non-luogo, protagonisti incontrastati della scena urbana, anche piccoli spazi residuali, scorie di lavorazione, luoghi minori e “senza qualità”. Basta concedersi un po’ di turismo di quartiere per rilevare l’esistenza di decine di angoli di sosta, di passaggi, di zone di confine tra pubblico e privato che un osservatore sensibile ascrive facilmente alla categoria del non-luogo. Con la differenza che questi spazi senza qualità, proprio perché considerati marginali dal pianificatore, e quindi immeritevoli d’attenzione progettuale, fanno riemergere alcune peculiarità del Genius Loci originario. Per intenderci, un angolo attrezzato con due panchine ed una postazione telefonica è specificità urbana globalmente diffusa ma localmente sperimentata e sopra-vissuta: un esempio di quella nota distintiva def inita (con un termine alla moda) glocal.
Questo specifico dualismo è ciò che un progetto di Viaindustriae si propone di indagare. La breve serie fotografica che ho eseguito nell’area portuale di Ancona ha cercato di cogliere l’aspetto più intimo, il vissuto misteriosamente spettrale che queste piccole zone senza qualità suggeriscono, con lo scopo di ricavarne un cartolina per la città, un suo emblema popolare. Vale la pena ricordare come immagini antesignane le periferie di Sironi dei primi anni 20′, rappresentazioni di non-luogo che hanno precorso i tempi oltre ogni intenzione.

The term no-places has become familiar among them who for different reasons observe the phenomena of the rising and the transformation of contemporary cities and metropolitan areas. Formulated by French anthropologist Marc Augè, this designation describes an urban object / location of public utilization, usually lacking that definite quality that only comes with the original Genius Loci, or the site-specific character.
No-places are typically great shopping centres, airports and railway-stations: the sort of man made artefacts usually unremarkable, nevertheless the culture they belong to or their geographic location. In fact no-places are a definite making of the Globalization, whose architectural start could be credited to the International-Style. From the early ’60 the International-Style has been producing a standardized construction World-round, a kind of building which is basically ruled by the commanding market-laws.
Urban planning processes are not able to keep away from this situation; they create huge no-places playing a leading role in the metropolitan scene and small residual zones or negligible “no quality” sites. The occurrence of dozens of such residual and irrelevant sites, worthy the no-places category, is easily checked by everybody doing a bit of borough-tourism within the city boundaries. Noteworthy these sorts of accidental spaces, considered altogether unimportant by planners, are still able to carry on some of the peculiarities drawn from the original Genius Loci. Just consider a couple of benches and a telephone boot: a standard set to be found the world over, yet locally experienced and survived: an example of what nowadays is tagged as glocal (making use of a fashionable term).
This sort of duality is what Viaindustriae’s project look at. The pictures I took in Ancona’s harbour attempt to depict the inner and mysteriously ghostly features belonging to such residual, “no quality” spaces. The aim is to produce a postcard out of them, a pop symbol. It is worth mentioning Sironi’s suburbs dating back to the early 20’, as precursory images of the no-places, pictures which foresaw the future.

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