paesaggi interrotti: il catalogo

Testo in catalogo di Gabriele Perretta
Gabriele Perretta: al di la dell’arte pubblica.
La teoria discorsiva della “comunicazione collettiva” è ancora oggi il punto di partenza per molti artisti, che intendono elaborare una riflessione circa il ruolo e le funzioni della sfera pubblica nella società moderna. Essa può essere definita come una delle teorie mediali, per l’analisi, l’interpretazione e la valutazione del concetto stesso di informazione e diffusione di conoscenze comuni. Ad una prima approssimazione, possiamo affermare che la sfera pubblica, così come la concepiamo oggi, è un prodotto essenzialmente moderno e l’idea di base è che essa nasce e si sviluppa con il rafforzarsi delle istituzioni rappresentative e con l’evoluzione del concetto di pubblico. (segue)
paesaggi interrotti / interrupted landscapes opening

PAESAGGI INTERROTTI, installazione di arte pubblica con 12 manifesti realizzata da Voyagerlab, ha inaugurato a Jesi lo scorso 13 agosto nell’ambito del festival “l’acqua, la memoria”. Il nostro punto di vista circa le trasformazioni ambientali, morfologiche e sociali che il territorio della Valle Esina ha subito negli ultimi 50 anni a causa dei processi di industrializzazione, è stato comunicato alla gente : tre grandi strutture sistemate in Piazza della Repubblica hanno fatto da supporto ai poster affissi in due tornate successive.
L’installazione, inaugurata lo scorso 13 agosto ha avuto termine il 1° settembre. Le foto documentano l’intervento. Altri contenuti su PAESAGGI INTERROTTI sono riportati nel post precedente.
INTERRUPTED LANDSCAPES’ opening (an installation with 12 posters) was on august the 13th in Jesi (Italy) within the festival “l’acqua, la memoria“.
Our point of view on the Valle Esina’s altered environment- due to the constant industrial processes in the last 50 years- has been communicated publicly by means of 12 posters stuck up on three structures placed in Piazza della Repubblica.
The pictures depict the installation. More contents on INTERRUPTED LANDSCAPES are presented in the previous post.
paesaggi interrotti / interrupted landscapes
PREMESSA
La struttura territoriale contemporanea è regolata da un ordine razionale la cui organizzazione non è accessibile a chi in pratica la vive. Pianificata a distanza da un occhio estraneo che la disegna seguendo un’idea (il progetto), mantiene chi la abita in uno stato di alienazione dai processi creativi, atrofizzandone la capacità di abitare. Il fenomeno di spaesamento è intrinseco alle modalità contemporanee e determina una condizione permanente di smarrimento urbano.
Se abitare significa stabilire una relazione con un orizzonte di riferimento, un territorio ridotto ai minimi termini da funzionalità economico-produttive ad alto impatto annulla la possibilità degli individui di relazionarsi al proprio ambiente.
Il fiume Esino non scampa a questo destino. Fermandosi a parlare con le persone più anziane che abitano lungo i suoi argini, si raccolgono sempre le stesse frasi: “…un tempo… diciamo fino a trent’anni fa… si portavano i bambini a giocare, a nuotare…”
La foce del fiume è ancora più pesantemente segnata, annullata da un intrico di zone industriali e reti infrastrutturali sempre distratte rispetto al valore nuturale e culturale dei luoghi. La presenza della raffineria Api sin dagli anni Cinquanta del Novecento è un segno impossibile da ignorare, e insieme allo scalo merci ferroviario contribuisce a rendere l’area una zona di confine, un territorio complesso e polimorfo, ma anche sfuggente e indistinto. (segue)
Massimo Cartaginese
“Ogni uomo prende i limiti del proprio campo visivo per i limiti del mondo.” (A. Schopenhauer)
“PAESAGGI INTERROTTI può inserirsi concretamente nell’area ed agire da cassa di risonanza, con un’operazione mediatica in grado di stimolare le proiezioni immaginative degli abitanti sul proprio territorio.”
Rileggo questa frase concisa: a f f e r m a t i v a. Fa parte della presentazione al progetto – 2006.
I miei obiettivi sono ancora tutti lì, in quelle poche parole (segue)
Silvia Paoletti
“e gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e i larghi corsi dei fiumi e l’immensità dell’oceano e le rivoluzioni degli astri, ma trascurano sè stessi”
è sant’agostino a parlare, citato da petrarca che ritrovo nel libro “la lettera del ventoso” curato da michael jakob
continuo a pensare che per fortuna sono dotata della capacità di stupirmi ogni volta di fronte a paesaggi già noti (segue)
INTERRUPTED LANDSCAPES is a public art intervention that VOYAGERLAB (Massimo Cartaginese /Silvia Paoletti) planned in 2006 to bear Fiumesino-Villanova quarters committees mobilized against the neighbouring and dangerous API refinery presence.
Since long the refinery’s productive activity set at zero all specific environmental qualities of river Esino’mouth and interrupted inhabitants’ fecund reference with their territory.
From 1950 on, the refinery altered the naturalistic area into a bare peripheral, discontinuous and heterogeneous zone. The refinery has produced air and waters pollution, it has triggered dangerous accidents for the collectivity, during which three workers died.
INTERRUPTED LANDSCAPES can actually insert itself in the area and act as resonance for public opinion at large and for the involved quarters’ residents, in particular.
Set up a few specific themes (related to the API activity results) our intervention fulfils itself by a series of promotional posters placed along Falconara’s (and the neighbouring Councils) streets.
By the quick ways of the advertising communication, the posters reiterate concepts such as the capacity of dwell and the sense of territory. In each poster a significant image is linked with a local proverb, an ephemeral commonplace knowing useful to gather the people together, who recognize their membership to a specific community.
PAESAGGI INTERROTTI will be inaugurated within the artistic review “L’acqua e la memoria” (The water and the memory) next august 2009.
another green world

“Another Green World” (la suggestione delle strategie musicali di Brian Eno), rende possibile un racconto. Venti piccole immagini (concettualmente ex-voto) compongono un solo inventario, un compendio di ex-”mondi verdi”, appartati e minori. Compendio sghembo, obliquo e introverso, appeso ai fili del ricordo, evocato da una frase reiterata nel tempo…Tentativo remoto di raccontare habitat dei quali non resta granché. Ambientalismo di facciata, turismo di massa e personale disincanto, mettono da parte qualsiasi orizzonte consolatorio e verde. Instabilità, dentro e fuori…Al giorno d’oggi ogni narrazione sembra costrettasempre più costretta a fare uso dei toni popolari dell’illustrazione…
Brian Eno’s “Another Green World” (his evocative music) made a narrative possible. My twenty drawings (conceptually ex-voto), otherwise detached, had been connected effectively by a phrase from one of Eno’s songs.
I set up an odd catalogue, an oblique record on twenty minor ex- “green worlds” evoked by a phrase retold from time to time…A remote effort of portraying these habitats…
Noteworthy not much remains of them. Mass tourism, greenwashing and personal disillusionment set apart every green and consolatory horizon. Unsteadiness inside out…Nowdays every successful narrative, more and more, looks like needing forcibly the illustrations’ pop tones …
non luogo / no places

Il termine non-luogo è divenuto familiare tra coloro che a titolo diverso, indagano i fenomeni relativi alla trasformazione e crescita degli agglomerati urbani, città o megalopoli contemporanee. Coniata dall’antropologo francese Marc Augè, la definizione indica un oggetto o un ambito urbano d’uso pubblico e con funzioni circoscritte, privo per lo più di caratteri formali specifici e riconducibili al Genius Loci originario. Non-luogo sono tipicamente i grandi centri commerciali o le sale d’attesa d’aeroporti e stazioni, opere indistinguibili tra le mille del tutto simili incluse nel tessuto delle città contemporanee, a qualunque cultura o latitudine esse appartengano. In tal senso il non-luogo -prodotto specifico dell’era della Globalizzazione- ha origine nell’International-Style che ha partire da gli anni ’60 ha reso progressivamente uniforme il panorama architettonico mondiale. Come l’International-Style, anche l’architettura (propriamente: l’edilizia) del non-luogo trova significato nelle regole di un mercato invadente in grado di condizionare anche le regole della mobilità complessiva. I processi della pianificazione territoriale e urbanistica non possono sottrarsi a tutto ciò e generano con i grandi non-luogo, protagonisti incontrastati della scena urbana, anche piccoli spazi residuali, scorie di lavorazione, luoghi minori e “senza qualità”. Basta concedersi un po’ di turismo di quartiere per rilevare l’esistenza di decine di angoli di sosta, di passaggi, di zone di confine tra pubblico e privato che un osservatore sensibile ascrive facilmente alla categoria del non-luogo. Con la differenza che questi spazi senza qualità, proprio perché considerati marginali dal pianificatore, e quindi immeritevoli d’attenzione progettuale, fanno riemergere alcune peculiarità del Genius Loci originario. Per intenderci, un angolo attrezzato con due panchine ed una postazione telefonica è specificità urbana globalmente diffusa ma localmente sperimentata e sopra-vissuta: un esempio di quella nota distintiva def inita (con un termine alla moda) glocal.
Questo specifico dualismo è ciò che un progetto di Viaindustriae si propone di indagare. La breve serie fotografica che ho eseguito nell’area portuale di Ancona ha cercato di cogliere l’aspetto più intimo, il vissuto misteriosamente spettrale che queste piccole zone senza qualità suggeriscono, con lo scopo di ricavarne un cartolina per la città, un suo emblema popolare. Vale la pena ricordare le “periferie” di Sironi dei primi anni 20’ come immagini antesignane, rappresentazioni del non-luogo che hanno precorso i tempi oltre ogni intenzione.
The term no-places has become familiar among them who for different reasons observe the phenomena of the rising and the transformation of contemporary cities and metropolitan areas. Formulated by French anthropologist Marc Augè, this designation describes an urban object / location of public utilization, usually lacking that definite quality that only comes with the original Genius Loci, or the site-specific character.
No-places are typically great shopping centres, airports and railway-stations: the sort of man made artefacts usually unremarkable, nevertheless the culture they belong to or their geographic location. In fact no-places are a definite making of the Globalization, whose architectural start could be credited to the International-Style. From the early ’60 the International-Style has been producing a standardized construction World-round, a kind of building which is basically ruled by the commanding market-laws.
Urban planning processes are not able to keep away from this situation; they create huge no-places playing a leading role in the metropolitan scene and small residual zones or negligible “no quality” sites. The occurrence of dozens of such residual and irrelevant sites, worthy the no-places category, is easily checked by everybody doing a bit of borough-tourism within the city boundaries. Noteworthy these sorts of accidental spaces, considered altogether unimportant by planners, are still able to carry on some of the peculiarities drawn from the original Genius Loci. Just consider a couple of benches and a telephone boot: a standard set to be found the world over, yet locally experienced and survived: an example of what nowadays is tagged as glocal (making use of a fashionable term).
This sort of duality is what Viaindustriae’s project look at. The pictures I took in Ancona’s harbour attempt to depict the inner and mysteriously ghostly features belonging to such residual, “no quality” spaces. The aim is to produce a postcard out of them, a pop symbol. It is worth mentioning Sironi’s “suburbs” dating back to the early 20’ as precursory images of the no-site, representations which foresaw the future.
tree art

L’artista inglese Tim Knowles crea opere indipendenti dall’azione delle sue mani usando apparecchi complessi o pratiche che richiedono molto tempo.
Nel suo lavoro Knowles cerca di rendere visibile l’invisibile: il vento, mentre muove i rami di un albero; oppure il percorso disegnato dal riflesso della luna sull’acqua ondulata. Tutto si basa sulla logica della causa ed effetto, come in una mappa che registra una serie di azioni completamente regolate dal caso e dal tempo.
Nella serie di disegni intitolata “Tree Art” presentati alla Rokeby Gallery, Knowles ha usato soltanto il vento come guida: dopo avere appeso alcune penne alle estremità dei rami di un albero ha aspettato che l’azione del vento si rendesse visibile. I segni tracciati dalle penne su di un foglio di carta sottostante, ne hanno registrato la presenza.
Questo metodo mette in luce una certa natura dei processi artistici nei quali gli strumenti utilizzati acquistano vita propria e generano la costruzione di sistemi autonomi (in questo caso segnici), strutture dinamiche che sostituiscono le forme statiche.
Credo che la bella prova di Knowles possa essere catalogata tra quei procedimenti di Generative Art dei quali Philip Galanter (“What is Generative Art? Complexity Theory as a Context for Art Theory” – New York University, 2003) formula la seguente definizione: “L’arte generativa fa riferimento a tutte le pratiche dell’arte in cui l’artista usa un sistema, come un insieme di regole linguistiche: il programma di un computer, una macchina, o altre invenzioni procedurali che sono messe in moto con un certo grado d’autonomia e così contribuiscono o interamente realizzano, un lavoro d’arte completo.”
Se il tratto fondante della Generative Art sta nella costituzione, da parte dell’artista, di un sistema autonomo in grado di generare un possibile numero di risultati piuttosto che uno soltanto, Galanter individua giustamente in Duchamp e poi Cage, Burroughs e Lewitt, i precursori storici di tali modalità.
Anche se l’aspetto hi-tech prevale fino all’eccesso nel panorama contemporaneo della Generative Art e forse dell’arte in genere, il lavoro tecnologicamente minimale di Knowles conferma felicemente il postulato che Galanter formula poche righe dopo: “…la Generative Art non è necessariamente legata all’alta tecnologia.”
British artist Tim Knowles Knowles creates works independent of his own hand, using elaborate apparatus or time consuming practices. He tries to makes visible the invisible whether it is the wind as it moves branches with pens attached to them or the path drawn by the moons reflection on undulating water. All rely on the logic of cause and effect, as a map of time and a record of actions governed entirely by chance. In his “Tree Art” project at Rokeby Gallery, Knowles only makes use of the wind as his guide. He creates a large scale tree drawing where multiple pens are tied to the tips of tree branches, as the tree sways in the wind the pens draw onto a panel of paper below. This method puts a certain light on the nature of the art-making process, because the tools acquire lives of their own. In these cases, the constructions of art-making systems substitute the making of static forms.
I believe that Knowles’s work might be ascribed to the Generative Art’s realm, as Philip Galanter formulates the following definition (“What is Generative Art? Complexity Theory as a Context for Art Theory” – New York University, 2003):
”Generative Art refers to any art practice where the artist uses a system, such as a set of natural language rules, a computer program, a machine, or other procedural invention, which is set into motion with some degree of autonomy contributing to or resulting in a completed work of art.”
If the defining trait of Generative Art is that the artist establishes a system which can generate a number of possible forms rather than one single finished form, Gallanter rightly points out that Duchamp, Cage, Burroughs and Lewitt were forerunner in embracing this generative approach. And despite the fact that a great deal of contemporary Generative Art is deeply involved with high-tech, Knowles’ technologically minimal attempt confirms Gallanter’s postulate: “Generative Art is uncoupled from any particular technology. Generative Art may or may not be high-tech.”
direzione / direction

La spiaggia di Mezzavalle, pochi chilometri a sud di Ancona, all’interno del Parco del Conero, è l’ultimo tratto di costa balnenabile della riviera a non essere stata invasa da strutture commerciali e ricreative. Si tratta di una condizione eccezionale che un comitato popolare spontaneamente costituito cerca di salvaguardare, con l’obiettivo dichiarato di mantenere lo status-quo. Alla spiaggia si accede attraverso un ripido sentiero oppure in barca e queste condizioni –da sole- dovrebbero frenare l’affollamento estivo. Così non è. La spiaggia viene ripulita all’inizio dell’estate dai detriti dalle mareggiate invernali, soprattutto grandi pezzi di legno e plastica. Il “Comitato per Mezzavalle” ha organizzato, nel 2005 e in coincidenza con la pulizia della spiaggia, un piccolo evento artistico, fidando sulla forza dell’arte come veicolo di comunicazione sociale. Si è chiesto ad un gruppo di artisti locali, abituali frequentatori della spiaggia, di improvvisare qualcosa ex-tempore in grado di deviare, almeno per un po’, l’interesse dei bagnanti dalle rituali attività che una assolata domenica di fine maggio in spiaggia abitualmente offre. Impresa non semplice. Ho utilizzato il legname disponibile per costruire, con l’aiuto di alcuni incuriositi volontari, una grande freccia, posta trasversalmente alla spiaggia e orientata verso l’orizzonte marino. Questa barriera ha rallentato il flusso dei passanti, costringendoli a transitare soltanto attraverso un varco “vigilato” da me e da qualcuno del Comitato pronti a dare spiegazioni. La freccia è un simbolo grafico forte ed univoco, associato all’idea della direzione geografica. In questo caso indica anche un problema, quello dello scarto, del “non più utile” colpevolmente abbandonato in mare. Seguendo la freccia con lo sguardo la gente ha adocchiato l’orizzonte in un suo punto preciso, metaforicamente ” l’origine” del problema; e forse quel punto lontano è diventato per un momento punto di raccolta di riflessioni consapevoli. Desideri. Con il salire della marea la freccia ha preso lentamente a galleggiare, ha perso la severità ascetica della forma geometrica, ha favorito altre acrobazie…
The beach of Mezzavalle is located a few kilometres south of Ancona and within the Park of Conero. It is actually the only beach in the Riviera not to be yet spoiled by the tourist industry. This exceptional circumstance is strongly sponsored by a local committee of citizens that fight hard to preserve the status-quo. Every year the beach is cleaned up after the winter season from the sea debris, particularly plastic and wood. In June 2005 “The Committee for Mezzavalle” asked a group of local artists to arrange site specific and temporary works of art with the aim of driving people’s beach activities into art at last. Not an easy task! I made use of a large quantity of drift woods to build (with the help of some friends and under the gaze of the by-standers) a sort of arrow traversing diagonally the beach and pointing to the marine horizon. The arrow is a powerful graphic symbol which we relate to the direction to be followed. But an arrow can also point out a problem, specifically that one of waste materials freely floating in the sea. This kind of barrier slowed down people’s movement along the beach and many stopped by and looked at the same point on the horizon, which maybe collected for a moment their responsible thoughts and desires in the same way the beach had been collecting drift woods. The wooden arrow generated thoughts until tide rising, when it slowly kept on floating, loosing its geometrical and ascetic shape.
camminare / to walk

Camminare è forse il miglior modo per sperimentare la propria relazione con l’ambiente circostante. Ma come rendere “il camminare” qualcosa di creativo, senza subirne passivamente l’azione, liberandosi dalla consuetudine degli stessi percorsi sperimentati migliaia di volte? In altre parole, è possibile intervenire “artisticamente” nello spazio, in particolare quello urbano, articolandolo con il semplice atto del camminare e superare la condizione dello spettatore? Ciascuno di noi ha sperimentato gli effetti che le diverse ambientazioni spaziali hanno sulle nostre emozioni e sui nostri (conseguenti) comportamenti. Questo è lo specifico della geografia psicologica, una disciplina le cui origini datano alla Internazionale Situazionista del 1957. Credo che sia possibile ribaltare il rapporto e cioè: dato lo stesso consolidato ambito spaziale, riuscire a cambiarne la percezione attraverso il nostro corporeo movimento. Percorrere quello spazio inseguendo un disegno invisibile, estemporaneo, non meditato; oppure attraversarlo seguendo un disegno visibile e progettato secondo regole non convenzionali, non-utilitaristiche, giocosamente polemiche…Provengo da una cultura di progetto. Giocoforza, è stata la seconda ipotesi a prevalere, quella raziocinante e meditata. Così ho iniziato a disegnare tracciati mistilinei, pieni di andate e ritorni, lunghi da percorrere e capaci di creare “imprevisti” prospettici. Li ho abbozzati in scala sulle planimetrie, modellando la forma agli spazi reali che avrebbero attraversato, naturali o costruiti. Ho calcolato angoli, raggi di curvatura e passi di spirale; ho immaginato l’effetto che avrebbero prodotto percorrendoli, in termini di percezione spaziale e temporale…Ed essendo innanzitutto tracciati mentali, è risultato difficile dare loro un “corpo”. La scia di una barca che si fa e si disfa continuamente seguendo un percorso mentale in mare aperto è stato un tentativo riuscito. Ma la qualità del procedere in mare non può essere declinata: diversa è la condizione del camminare nel contesto urbano. In queste circostanze ho immaginato più prosaicamente un percorso costruito da punti luminosi, luci di via nell’ambito di un più vasto intervento di arredo urbano.
To walk is probably the best way to test our relationships with the environment. The question is how to transform the act of walking into a creative process, setting us free from the habit of the same repetitive journeys. In other worlds, can we intervene “artistically” in a (urban) environment by the simple act of walking? Can we alter our consolidated perceptions of the place we live in, simply changing the way of going across it? Everybody has experienced the effects that different settings might cause in our feelings and behaviours. This issue ha been carefully considered by psycogeography, a discipline that dates back to the Situationist International (1957). Presently, I wonder how to upturn this axiom, that is trying to change the perception of the same location we happen to live in. There basically two options: walking along extemporaneous, unmeditated and invisible paths; walking along unconventional, playful and polemics – but carefully planned – courses.
As an architect, I have a strong “planning” attitude towards artistic process. So I started with drawing on a map long and broken-line tracings, keeping in mind the real spaces they were planned for. I computed angles and bending radii and spiral pitches; I valued the effect they might generate in terms of perception of that particular environment. I valued their length in terms of time.It is always difficult for me to find out the best way to turn up these tracings which are basically cerebral, into real tracks. Conceptually the best result I attained till now, has been the navigation of a sea course. The wake of the boat is totally temporary and very immaterial, thus very appropriate. Yet this arrangment can’t be used in an urban setting, so I though about an outdoor tracing made by spot-lights, a kind of lighted path within a larger urban furnishing concept.
geo mani

Gabriele Tinti
In corrispondenza con la 1° Conferenza Provinciale sul “Risparmio Energetico e Fonti Alternative” -promossa a Sassoferrato il 13 Gennaio scorso dall’assessorato all’Ambiente della Provincia di Ancona- si è tenuto l’evento conclusivo del progetto di arte ambientale GEOPUZZLE che è stato reso possibile anche grazie al sostegno di ARCI Ancona.
Il progetto -nato dal lavoro svolto in un workshop da Massimo Cartaginese e da Silvia Paoletti con alcuni ragazzi delle scuole medie della città di Jesi- è stato finalizzato alla creazione di una Mappa del Fiume Esino, attraverso la quale gli artisti hanno voluto rendere visibile l’alterazione psicologico percettiva provocata dai materiali plastici industriali inquinanti. Per fare ciò hanno proposto agli studenti di reinventare, durante un’attività laboratoriale, di gruppo, una planimetria di sette metri –suddivisa in ventuno sezioni- che riproduce il corso del fiume nel tratto dell’Oasi di Ripa Bianca. Le singole sezioni sono state mischiate tra loro ed i ragazzi, a turno, dopo averle estratte una alla volta, le hanno disposte in successione sul terreno, segnandole con i reperti, i rifiuti, le materie inquinanti che sono soliti incontrare quotidianamente. Lentamente si è quindi formato il profilo di un fiume stravolto e cosparso di detriti, un fiume semanticamente uguale a sé stesso eppure irriconoscibile.
Interessante notare come l’operazione sia stata bene recepita dagli studenti –certo anche perché proposta su modalità ludiche e creative- e come in essi si siano stimolate ed effettivamente depositate delle conoscenze importanti riguardo ad uno dei principali temi geo-antropici del mondo contemporaneo: l’inquinamento.
Quindi un’operazione, questa, che è stata capace, sin dall’inizio, di porsi nei termini di un evento, di una sperimentazione laboratoriale atta a sollecitare la creatività di ogni
alunno riguardo un tema così scottante e attuale, e ciò in maniera volutamente irrispettosa delle modalità e dei canali consueti attraverso i quali si è invece soliti intervenire.
GEOPUZZLE ha voluto difatti mettere assieme contenuti artistici, ecologici, politici e sociali con una volontà di proporre un vero e proprio puzzle a partire dalla geografia, per invitare a pensarla non più come materia desueta e nozionistica bensì come assoluta espressione dei sempre più invasivi problemi che emergono dal rapporto tra l’operato dell’uomo e le risorse ambientali.
L’immagine alterata del fiume risultante dal workshop -che ne ha mostrato l’attuale, pericolosa perdita di naturalità- è stata poi provocatoriamente stampata su dei sacchi della spazzatura che si sono presentati perciò in una veste ridefinita ad arte, perfettamente funzionale per veicolare, ad un livello più ampio, un messaggio mobile d’autore capace di imporre il punto di vista differente e di invitare alla seria riflessione.
Durante la giornata di Sassoferrato i sacchi sono stati difatti distribuiti a coloro i quali sono intervenuti al convegno e ad un campione della popolazione cittadina scelto in maniera estemporanea.
Con l’intenzione di provocare una risposta immediata nel pubblico è stata pure richiesta la compilazione di un questionario pensato dagli artisti e finalizzato alla sensibilizzazione su tali tematiche anche da parte di un pubblico di non addetti ai lavori, come stimolo ad un’ulteriore riflessione in materia di sviluppo sostenibile, di attenzione ecologica oltre che sul rapporto che l’arte può e deve avere con le sempre più urgenti e problematiche questioni ambientali.
L’attualizzazione concreta di questa proposta, l’effettivo riscontro e la reale assimilazione da parte delle persone incontrate, sono stati, come sempre in queste occasioni, cose complicate ma profondamente stimolanti. L’uscita degli artisti –finalizzata alla distribuzione dei materiali prodotti- ha destato naturalmente, negli abitanti di un piccolo centro com’è Sassofferato, diffidenza e stupore, provocando ritrosia ed imbarazzo dei più vari. Certo, alcuni invece, superando il primo impatto traumatico, di incontro con persone mai viste che invitavano all’attenzione e alla messa a disposizione del proprio tempo, hanno acconsentito a collaborare, mostrandosi interessati alle questioni e all’attività di provocazione e di sollecitazione creativa formulate. L’azione di Sassoferrato è stata comunque la conclusione parziale di una proposta che proseguirà attraverso la spedizione, da parte dell’assessorato alla provincia di Ancona, dei sacchi e dei questionari prodotti a tutti i residenti del territorio del fiume esino. Questo progetto, per concludere, è stato in sostanza concepito come un’effettiva azione interdisciplinare dal carattere processuale, come un’avventura alla scoperta, tentativo per raggiungere finalmente una consapevolezza ecologica diffusa.
GEOPUZZLE rubbish-bags have been presented to the audience during the symposium held in Sassoferrato by the Province Commission for the Environment on January 13th– 2006. An altered map of the Esino river (a symbol of our altered perception of the landscape due to the massive intrusion of plastic waste) is printed on ordinary plastic rubbish-bags. The Esino’s altered drawing was firstly conceveid during a workshop held with Primary School’s pupils in 2004. A few thousand GEOPUZZLE rubbish-bags will be delivered from now on to the residents of the river neighboured. The rubbish-bags will come with a questionary intended to collect people’s opinion on GEOPUZZLE as an action that spreads massively an actual, tangible work of art. As a first attempt we interviewed some participants at the symposium (by means of the questionary) and presented each of them a GEOPUZZLE rubbish-bag. We believe that art must supply hints to society…

